CIRCOLARITA’: Nella Teologia contemporanea questo termine si addice più alla visione trinitaria di un Dio personale che opera in modo armonico, comunionale e amicale, facendo circolare i suoi doni e donandosi al contempo. Questa circolarità delle Persone divine e dei loro doni si contrappone alla visione passata in Teologia del Dio Unico e Assoluto, considerato come al vertice di una piramide da cui tutto discende gerarchicamente. La circolarità in Teologia oggi si sposa bene e si integra con le nuove scoperte delle Scienze Umane e Fisiche che parlano di interazione e scambio tra gli esseri, la persona umana e il mondo della natura.

CONSAPEVOLEZZA: Afferma Socrate conversando con Cràtilo nell’omonimo dialogo di Platone: “Questo nome “anthropos” significa che, mentre gli animali le cose che vedono non le considerano e non se ne rendono conto (in greco: anatréi), l’anthropos invece, nel tempo stesso che vede, e questo vuol dire “opope”, si rende conto di ciò che ha visto. Perciò appunto, l’uomo fu detto “anthropos”, in quanto è consapevole (in greco anathron) di ciò che vede”. Al di là delle etimologie l’uomo viene presentato come l’essere che di sua natura è cosciente, consapevole.

   Ora la consapevolezza è da considerarsi come il frutto migliore dell’attenzione. Attenzione che non implica però soltanto un significato intransitivo (stare attenti, essere consapevoli), ma anche transitivo in quanto evidenzia un “tendere a” di chi nutre sentimenti positivi verso l’altro, riserva appunto “attenzioni”. Ci domandiamo pertanto se il compito della religione non stia proprio qui: restituire l’uomo a se stesso e renderlo pienamente umano, di conseguenza aprirlo a un’autentica comunione interpersonale e divina.

   Che cos’è dunque la “consapevolezza”? A noi pare più che altro un modo e luogo di sintesi interiore. Un momento di illuminazione nel quale convergono tempo ed eventi oggettivi e soggettivi in unità e la persona sperimenta un sentire, un vedere, un vivere più grande, amplificato e pieno di energia trasformante. La consapevolezza è un momento sacro nella persona.

   Nei vangeli è una delle tante sfaccettature della beatitudine che pervade il cuore dell’uomo raggiunto dalla grazia di Cristo. Esiste, infatti, oltre alle beatitudini evangeliche che ben conosciamo, la beatitudine della consapevolezza. La rintracciamo in un testo del vangelo di Luca, conservato dalla cosiddetta tradizione occidentale (codice di Beza) che offre aggiunte e varianti antichissime anche se probabilmente non coeve alla stesura originaria dell’opera lucana. Vi si legge: Vedendo Gesù qualcuno che lavorava in giorno di sabato, gli disse: Amico, beato te se sai quello che fai; ma se non lo sai, sei un maledetto e un trasgressore della legge (nota a Lc 6,5). Questo per dire che chi coglie la verità attraverso l’introspezione e si pone allo specchio della Rivelazione cogliendone lo spirito e non solo la lettera è considerato beato. All’opposto dovrà essere considerato maledetto non tanto chi contraddice materialmente le legge, ma colui che non la osserva per mancanza di coscienza. Del resto tutta la Bibbia dà importanza all’intenzionalità, alla presenza a se stessi, alla vigilanza. Ad esempio nel Talmùd babilonese si legge a proposito dell’invito di Dt 6,4, lo schemà, di recitarlo con profonda kawwanah, ossia con grande concentrazione, finché davvero non si riveli e non venga riconosciuto il “Santo dei Santi”, Benedetto Egli sia!

   Riprendendo adesso una significativa espressione delle prima Pietro: “dopo aver preparato la vostra mente all’azione”, ci rendiamo meglio conto di come anche la cosiddetta “retta azione”, nasca da una “retta conoscenza” e questa non sia altro che il frutto della concomitanza di attenzione – devozione, ovvero, pensare e agire con totale coinvolgimento di mente e di cuore – preghiera profonda, cioè quella orazione che è esercizio di silenzio davanti a Dio non più invocato, ma presente nel cuore. Appunto “consapevolezza di dono e compito”. Intesa in questo modo tutta l’esistenza diventa via al conoscimento di sé e a quello di Dio: “noverim te, noverim me” diceva san Agostino, dal quale non può che venire un risveglio interiore.

CUORE: Nell’esperienza religiosa universale il cuore è lo spazio dell’anima, l’organo della percezione del mistero, il luogo della preghiera profonda. L’uomo infatti ha una dimensione esteriore ed una interiore. Per la prima è tutto teso-extra, ex-tensum, una parte fuori delle altre data dalla sua corporeità; per l’altra è tutto dentro, intus, se stesso, una parte interna ed interiore alle altre. E’ questa la sua spiritualità, il suo cuore appunto. Qui tra l’io e se stesso non c’è distanza, ma l’uomo è uno in sé e con le cose. E’ in questo silenzioso centro di sé, infatti, che l’uomo abita con se stesso e al contempo sperimenta, “sente” e dimora tra le realtà create. Ce ne danno conferma tutti i libri sacri nei quali si dice che il cuore è il centro della vita psichica e spirituale dell’uomo; l’organo più essenziale e la sede di ogni forza, moto, desiderio, sentimento e pensiero profondo dell’uomo.

   Nella Sacra Scrittura, “cuore” sono anche le “viscere”. E’ luogo del pensiero profondo e del volere, della memoria, del discernimento e del ritorno (conversione). Dio parla e pone la sua legge nel cuore (Ger 31,33); la sua Parola viene seminata nel campo del cuore (Mt 13,19). La coscienza dell’uomo ha lì la sua sede (Eb 10,22). L’amore di Dio è riversato nel cuore per mezzo dello Spirito Santo (Rm 5,5) e Cristo si stabilisce nel cuore in virtù della fede (Ef 3,17). La Vergine meditava nel suo cuore tutto ciò che riguardava il figlio suo (Lc 2,19.51). Quando il nostro cuore è in contatto con Dio, noi conosciamo Dio con tutto l’essere, non soltanto con il cervello. E allora, lentamente, quelle verità di vita – perché Dio è vita – che appartengono a Dio, scendono nel nostro essere e lentamente lo trasformano, lo cambiano, lo mutano, lo modellano secondo la loro immagine e somiglianza.

   Il termine “cuore” va preso in un triplice senso. C’è un cuore che è il nostro cuore fisico, c’è un cuore che è la nostra capacità di amore e c’è un cuore che siamo tutto noi stessi illuminati oppure ottenebrati. Quando uno ha il cuore risvegliato “sente” un ardore dentro simile a quello dei due discepoli di Emmaus messi a contatto con la presenza viva del Signore. Occorre pertanto lavorare su se stessie aprirsi alla Grazia. Quando ad esempio Cristo proclama beati i misericordiosi, i puri di cuore, i miti e gli operatori di pace, non intende dire di coltivare questi sentimenti anzitutto all’esterno di sé, ma dentro di sé, poiché i buoni e i cattivi pensieri nascono primariamente proprio dal cuore. D’altra parte l’irreprensibilità del cuore è un dono di Dio.

   Molte tradizioni spirituali ad esempio fanno un interessante parallelismo simbolico: Il fluido che parte dal cuore e torna al cuore è l’unico fluido che non esce dal centro attraverso il quale passa. Tutto quello che può nascere dal nostro cuore, cioè da questo centro che siamo noi, viene emesso e poi ritorna a noi. Si esige quindi la purificazione dei nostri stati interiori e dei nostri pensieri. Dire “cuore”, infine, è come parlare della vita stessa, della sua concretezza e profondità, un po’ come le radici che affondano nella terra. Ecco perché Dio e il prossimo vanno amati con tutto il cuore. Quest’ultimo, una volta purificato dalla preghiera e dall’umiltà – umiltà viene da humus - porta una conoscenza vera di sé e degli altri capace di generare pace e alimentare l’esistenza attorno a sé.

 

DONO E COMPITO: In Teologia e nella Vita spirituale tale richiamo si fonda sul fatto che il Dio della natura e lo stesso della Grazia e che tra le due dimensioni non esistono poi così netti confini. Lo sperimenta bene, questo stato di unione e richiamo vicendevole, il meditante, l’orante e il santo. Alla fine della sua vita Santa Teresina del Bambin Gesù diceva: “O mio Dio ti ringrazio che hai fatto sì che io sempre desiderassi ciò che tu volevi da me”. Ma anche l’ornante, quando raggiunge le profondità del cuore, avverte che quest’opera è scaturita da un richiamo interiore più vasto, che lo coinvolge, lo precede, lo prende e lo accompagna sempre.         

 

MEDITAZIONE: Il termine latino meditari nel senso di in medium ire, sta a significare: andare nel mezzo, al centro. La radice med vuol dire “misurare”; in greco essa viene adoperata nel senso di riflettere su qualcosa, prendere una decisione; in latino derivano da qui, tra l’altro, modus, ovvero misura, modo e maniera, o medestus, modesto. Nel corso della storia della spiritualità, meditazione indicò appunto questo prendere contatto con una realtà, con una verità, misurandola e valutandola, un processo che culmina nella sua interiorizzazione completa, nel farla propria. Anche la forma deponente meditari (una forma verbale latina che oscilla tra l’attivo e il passivo) rivela un tratto importante della meditazione: essa è contemporaneamente azione e dono; qualcosa che si mostra in forme e figure e contemporaneamente sperimenta la vita in sé. La meditazione è strettamente connessa con il discernimento, l’indagine interiore (compito) e l’apertura alla grazia (dono) e due passi significativi di questi processi interiori dello spirito umano ce li offrono l’apostolo Paolo in Rm 12, 2 e la 1Pt 1,10.13. Ambedue collegano la meditazione e il discernimento a una mente rinnovata, quella dell’uomo spirituale che si lascia cioè guidare dallo Spirito di Dio. Ecco i passi: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. Significativo il fatto che l’apostolo qui usi anche il termine “trasformare” nel senso che tali processi interiori portano a un passaggio e cambiamento radicale. Il secondo: “Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti che profetizzarono sulla grazia a voi destinata, cercando di indagare a quale momento o a quali circostanze accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro …”; “Perciò, dopo aver preparato la vostra mente all’azione, siate vigilanti, fissate ogni speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si rivelerà”. Letteralmente quel: “aver preparato la vostra mente all’azione”, potrebbe tradursi anche in: “dopo aver cinto le reni del vostro spirito”. Degno di nota l’accostamento della meditazione con la vigilanza e l’attesa piena di speranza.                

 

MISTERO: Nel mondo biblico, l’idea di “mistero”, deriva non tanto dalla tradizione ellenistica, quanto dall'apocalittica ebraica (Dn 2,21-23.28-30.47), dal libro apocrifo di Enoch e dai testi di Qumran. Nel NT, invece, poiché l’evangelo è il contenuto di una “rivelazione” e quindi di una conoscenza di segreti, o piuttosto di un segreto divino, il termine “mistero” designa la volontà di Dio, cioè il disegno, un tempo nascosto agli uomini, manifestato e compiuto in Cristo. Questa “rivelazione” (Rm 16,26; Ef 3,3; Col 1,26) si realizza con la chiamata dei pagani alla salvezza; con la riconciliazione degli Ebrei e delle nazioni riunite in uno stesso corpo mistico, la Chiesa; con il matrimonio di Cristo e della Chiesa, e infine con la sottomissione di tutto l'universo a Cristo.

   La vita del cristiano “nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3), è una vita vera già operante nel Battesimo, ma non ancora arrivata al suo compimento. Per il momento essa è sottratta agli sguardi degli uomini e si può cogliere solo nella fede. In questo modo l’esistenza cristiana è l’equivalente di Cristo stesso, il “mistero” di Dio (Col 1,26) e solo quando Egli si sarà manifestato pienamente “parusia”, lo saremo anche noi insieme con Lui (Rm 8,18-24). Cristo è infatti la speranza della gloria futura (Col 1,29). In Gesù tutta la storia trova quindi senso, orientamento e misura. Cristo è infatti la realtà (Col 2,17) nella quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza; dove abita tutta la pienezza della divinità (Col 2,3.9). Per il credente questo percorso di consapevolezza viene vissuto in ambito sacramentale attraverso l'insieme delle azioni e dei segni sacri che rappresentano la morte e la resurrezione di Gesù. Nella liturgia il credente entra in contatto diretto con la sua potenza salvifica: "Tu o Cristo ti mostri a me faccia a faccia e io ti incontro nei tuoi misteri". (AMBROGIO, Apol. David, 58; PL 14,875).

 

PREGHIERA PROFONDA: La preghiera profonda è una delle vie che il cristiano può percorrere per edificare il proprio tempio interiore. L’aggettivo “profonda” connota il carattere interiore e contemplativo che assume la preghiera, man mano che si interiorizza e si radica nelle profondità del nostro essere, nei dinamismi del corpo e della psiche, fin verso il centro spirituale della nostra persona. Non si tratta tanto di orazione intesa come “elevatio o ascensio mentis ad Deum”, quanto di entrare in questa dimen­sione dell'essere che chiamiamo preghiera con tutti noi stessi, raggiungendo quell'a­pertura del cuore e della coscienza che permette ai contenuti della fede di risuonare nell'intimo. Per questo motivo, chi pratica la preghiera profonda ha come modello la vergine Maria, donna che ha fatto dell'interioriz­zazione della Parola di Dio, il Verbo fatto carne, la sua stessa vita e ha permesso in tal modo che le energie della grazia prendessero forma e corpo in lei. Sarà allora possibile percepire l’insegnamento di Cristo in modo vivo e significativo, radicandolo in tal modo nella propria vita. In questo modo arriveremo a una tale confidenza in Dio che diverrà possibile per noi pregare anche rivolgendogli l’invocazione più profonda che sia data a un uomo: “Sia fatta la Tua volontà”.

   Di solito l'incontro di preghiera profonda inizia prendendo le mosse dalla preghiera vocale, dalla liturgia, dalla lettura della Parola rivelata, dall'attenzione ai segni e simboli che ci circondano, o da un canto breve e ripetuto sul ritmo del respiro, mentre il corpo assume una posizione comoda e rilassata. Tale preghiera diventa a poco a poco una vera e propria meditazione, non discorsiva e non oggettiva, che ci pone in comunione con Dio in silenzio e si risolve in attenzione amorosa del cuore. Che l’insieme di atti esteriori sia finalizzato all’orazione interiore, è un dato acquisito nella pratica spirituale, la quale, alla fine, è essenzialmente un esercizio di silenzio davanti a Dio, non più invocato, ma  presente nel cuore, in amorevole comunione di spirito.

   Poiché l'esperienza meditativa, anche in campo spiri­tuale e religioso, passa attraverso i nostri dinamismi inte­riori che sono comuni a tutti, è un fatto che la preghiera profonda produce una riduzione dei processi fisiologici normali, conducendo a un rilassamento e a una maggiore apertura della coscienza e delle capacità intuitive. Queste caratteristiche però non sono assolutamente lo scopo ultimo di chi si mette a pregare. Si può dire, invece, che quest'insieme di condizioni conduce ed educa all'interiorità, al silenzio, all'ascolto profondo e a una apertura di coscienza che si riscontra poi nella vita quotidiana, la quale si svolgerà secondo ritmi più interiori che esteriori, più armonici e meno aggressivi, anche nel rapporto con gli altri. Consente altresì l'accesso al proprio centro interiore e l'apertura a un diverso livel­lo di conoscenza. Mediante tale tipo di preghiera si riscopre inoltre quella dimensione mistica e spirituale che è così ricca nella nostra tradizione occidentale, non meno che nelle grandi tradizioni dell’Oriente cristiano e non.

    L'interesse crescente per la preghiera profonda nasce da molteplici fattori, fra cui la conoscenza più o meno sperimentata delle forme di meditazione di alcune religioni orientali e il bisogno di raccoglimento spirituale e di intimo contatto con il mistero divino. Altro fattore da tenere presente è la riscoperta dell'importanza del corpo nella preghiera, nel tentativo di guidare l'intera sensibi­lità verso la pacificazione, l'integrazione armonica e l'in­teriorizzazione dei sensi. L'interesse nei confronti di questo tipo di approccio alla preghiera si deve anche al ruolo recettivo che l'uomo è chiamato ad assumere nel rapporto con Dio, per poter essere fatto partecipe del mistero divino. La preghiera profonda insomma comporta una precisa visione dell’uomo e delle sue dimensioni. Ora è ben noto che l’antropologia occidentale è segnata dalla visione dualistica corpo-anima, materia-spirito. Di qui il sospetto verso la “carne” come occasione di peccato e la conseguente ascesi intesa come mortificazione delle passioni e in definitiva come liberazione dal corpo. La preghiera, secondo questa visione del tutto unilaterale, appartiene alla sfera dello spirito e di conseguenza il ruolo del corpo e della psiche nell’orazione sarebbe del tutto estrinseco e secondario, addirittura di disturbo. Questa però non è la visione biblica dell’uomo, che al contrario è ben concreta e unitaria.  

   Alla luce dell’antropologia biblica può essere opportunamente valutato l’apporto delle grandi discipline meditative dell’Asia, che danno singolare rilievo al corpo in tutte le sue dimensioni, anche le più sottili. Infine, l'attenzione per questo tipo di preghiera è anche connessa alle applicazioni della psicologia del profondo alla dimen­sione spirituale dell'uomo. La preghiera profonda costituisce, quindi, un vero e proprio cammino spirituale per l'uomo del nostro tempo.

SIMBOLO: Il termine “simbolo” deriva dal greco “synballo” (= mettere insieme), designante in origine le due metà di un oggetto che può essere ricomposto se esse vengono riavvicinate. La dimensione simbolica connette l'uomo alla realtà che lo circonda e lo fa avanzare nel suo cammino di penetrazione del mistero delle cose. La proprietà del simbolo è quella di ricongiungere una realtà visibile con una invisibile in essa preannunciata. Il mondo visibile acquista un carattere di rimando, suggerisce ed evoca altre presenze e altri rapporti. Il simbolo rivela la realtà misteriosa che sostiene tutto ciò che esiste nel mondo sensibile, media il rapporto tra il mondo visibile e quello invisibile. L'uomo, infatti, mentre utilizza le cose per soddisfare i propri bisogni, si scopre portatore di altri bisogni più grandi, di altri significati. Il pane, ad esempio, sazia veramente; ma nel pane l'uomo scopre pure una fame di senso, di rapporti, di relazioni con gli altri. Così come avvertiamo nel ritmo primordiale del giorno e della notte, della veglia e del sonno, dell'anno e delle sue stagioni, risonanze profon­de, capaci di risvegliare lo spirito.

   Il simbolo risveglia dei presentimenti che non possono venire espressi dal linguaggio. Le parole, infatti, rendono finito l’infinito, mentre i simbolo permettono alla mente di liberarsi dalle frontiere della finitezza. Il simbolo è difatti una totalità e non si indirizza ad una sola facoltà dell’uomo, ma a tutto l’essere umano, al pensiero, al sentimento, all’intuizione, ai sensi. Per vari autori il simbolismo è l’arte di pensare per immagini, arte perduta negli ultimi tre secoli. Questa perdita, però, è limitata alla parte conscia della mente, non all’inconscio. 

   L'uomo scopre nella sua stessa corporeità - che al tempo stesso nasconde e rivela il mistero della sua persona - una struttura essenzialmente simbolica. Anche la nostra psiche ha una struttura fondamen­talmente simbolica, come hanno messo bene in evidenza gli studi della psicologia del profondo. Approfondendo il proprio rapporto con il mondo dei segni e dei simboli, l'uomo ha la possibilità di uscire dalla sua individualità verso una soggettività più ampia e di rendere le proprie esperienze più vive e più significative. Si dà quindi una ragione antropologica del segno e del simbolo, perché, in quanto cercatori di senso, tendiamo a riferire tutto alla nostra interiorità e alla nostra corporeità. Il corpo umano appare, quindi, come la prima lettera della persona, e per noi credenti, è un corpo donato da saper leggere e interpretare riferito al mistero divino (Gn 1,26-27).[1] La realtà dell’uomo “immagine e somiglianza di Dio”, è infatti un itinerario realizzabile partendo dalla sua corporietà. All’uomo è stato donato un corpo, sintesi e vertice della creazione (GS n.14) e luogo del suo sacerdozio cosmico. In esso s’iscrive il progressivo passaggio della persona, da io spirituale-corporeo, ad un io corporeo-spiritualizzato nello stesso “corpo” del Signore Risorto. L’immagine e somiglianza perfetta di Dio, infatti, è solo quella di Cristo (Col 1,15), fatto uomo, cui tutti noi siamo chiamati a trasformarci (2 Cor 3,18). Oggi, anche nel campo dei sacramenti, si va elaborando una nuova interpretazione a partire dal dato biblico dell’immagine, tanto che si parla di “antropologia sacramentale” perché la consacrazione definitiva della dimensione simbolica, nella religione cristiana, si ha appunto con l'Incarnazione dello stesso Verbo creatore (Gv 1,14).

UOMO ESTERIORE/INTERIORE: Terminologia entrata nel cristianesimo sotto l’influsso del pensiero paolino, caratterizzato questo da una visione teologica contrassegnata da un “prima” e un “dopo”. “Prima”: l’uomo non ancora raggiunto dalla grazia di Cristo; “Dopo”: l’uomo raggiunto dalla grazia. Ovvero: l’uomo prima della rivelazione della fede; l’uomo sotto la fede. Da qui tutta una serie di polarità dualistiche: Uomo carnale/Uomo spirituale; Uomo Vecchio/Uomo nuovo, a cui ci ha abituati l’apostolo. Ricordiamo però che l’uomo raggiunto e che vive nella grazia di Cristo sotto l’influsso costante dello Spirito Santi che vive in lui e che lo fa Tempio di Dio, è una persona rinnovata nello spirito della sua mente; nella quale Cristo abita per la fede nei cuori, e che si deve conservare irreprensibile: corpo, anima, spirito, per la venuta del Signore (Lettera a Timoteo). Sia le lettere paoline, sia quelle pastorali attribuite alla cerchia dei suoi discepoli, sono ricche di questa antropologia spirituale. In queste si rende evidente come la visione di uomo paolina non sia più dualistica ma unitaria. Il dualismo rimane in chi vive ancora tra la novità di Cristo e il vecchiume del peccato. L’uomo vecchio è colui che ha anche una mente ottenebrata (nous adokimos), incapace di discernere (Lettera ai Romani), i cui frutti sono per la malattia e la morte (Lettera ai Galati). L’uomo spirituale invece ha il pensiero di Cristo per conoscere tutto quello che Dio ci ha donato (Lettere ai Corinzi) e avere la forza per viverlo (Lettere ai Colossesi, Efesini, Filippesi).        

[1] La realtà dell’uomo “immagine e somiglianza di Dio”, è per Vannucci un itinerario realizzabile partendo dalla sua corporietà. All’uomo, infatti, è stato donato un corpo, sintesi e vertice della creazione (GS n.14) e luogo del suo sacerdozio cosmico. In esso s’iscrive il progressivo passaggio della persona, da io spirituale-corporeo, ad un io corporeo-spiritualizzato nello stesso “corpo” del Signore Risorto. L’immagine e somiglianza perfetta di Dio, infatti, è solo quella di Cristo (Col 1,15), fatto uomo, cui tutti noi siamo chiamati a trasformarci (2 Cor 3,18). Cf. G. VANNUCCI, L’Uomo immagine e somiglianza del divino, in Servitium, 8 (1974), 42-51. Oggi, anche nel campo dei sacramenti, si va elaborando una nuova interpretazione a partire dal dato biblico dell’immagine, tanto che si parla di “antropologia sacramentale”. Cf. C. ROCCHETTA, L’uomo e i sacramenti, in Temi di Antropologia Teologica, Teresianum, Roma 1981, pp. 701-742.